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Come capire se una foto o un video è fatto con l'AI?

Nessun metodo è sicuro. Un controllo in tre passi: chi l'ha pubblicato, etichette AI e Content Credentials, poi gli indizi visivi, con le pagine ufficiali.

On a sofa, a teenage girl zooms into a picture on her grandfather's phone to show him odd details while he frowns at it

Immagine generata con AI: Internet of Things News / OpenAI ChatGPT

Dopo aver letto questo articolo saprai:

  • Controllare chi ha pubblicato una foto o un video e dove altro compare, con una ricerca per immagine
  • Leggere le etichette AI di YouTube, Facebook, Instagram e TikTok e controllare Content Credentials e SynthID
  • Trattare i dettagli strani come indizi deboli e sapere cosa fare quando pensi di aver trovato un falso
In questa pagina
  1. Perché non basta guardare bene?
  2. Passo 1: chi l’ha pubblicato, e qualcun altro ne parla?
  3. Passo 2: c’è un’etichetta AI o ci sono le Content Credentials?
  4. Cosa vuol dire se l’etichetta non c’è?
  5. Passo 3: quali dettagli meritano un secondo sguardo?
  6. Cosa fare se pensi che sia un falso?
  7. Cosa dice la legge europea sui deepfake?
  8. Per continuare
  9. Domande frequenti

Nessun metodo ti dice con certezza se una foto o un video è stato fatto con l’intelligenza artificiale (AI). Funziona meglio un controllo in tre passi, in questo ordine: il contesto (chi l’ha pubblicato e se fonti affidabili riportano la stessa cosa), poi un’eventuale etichetta o un marcatore nascosto che registra la provenienza del file, e solo per ultima l’immagine stessa, dove i dettagli strani sono al massimo indizi deboli. Se l’etichetta manca, non è una prova di nulla.

Questo sito è scritto con strumenti di intelligenza artificiale, tra cui Claude di Anthropic. Questa pagina usa solo quello che dicono i produttori, le autorità pubbliche e gli studi pubblicati, con i link. Etichette e strumenti cambiano spesso: tutto è stato controllato il 31 ottobre 2026.

Perché non basta guardare bene?

Le immagini, i video e le voci prodotti dall’AI generativa, il tipo di AI che li crea partendo da una richiesta scritta, ormai sono difficili da distinguere da quelli veri. Gli studi trovano che le persone fanno poco meglio che tirare a indovinare.

  • In uno studio pubblicato sulla rivista PNAS nel febbraio 2022, Sophie Nightingale e Hany Farid hanno chiesto a 315 persone di separare i volti veri da quelli creati al computer. Le risposte giuste sono state il 48,2%, più o meno quello che si ottiene lanciando una moneta. Un secondo gruppo, a cui erano stati mostrati prima i difetti da cercare e che dopo ogni risposta sapeva se era giusta, è arrivato solo al 59%.
  • Uno studio su 3.002 persone negli Stati Uniti, in Germania e in Cina, presentato all’IEEE Symposium on Security and Privacy nel 2024, ha trovato che la maggior parte “tirava semplicemente a indovinare” su immagini, voci e testi, e giudicava i contenuti fatti con l’AI più simili a quelli umani.
  • In un quiz online del Microsoft AI for Good Lab, circa 287.000 risposte date da oltre 12.500 persone sono state giuste nel 62% dei casi. È un preprint, cioè uno studio non ancora controllato da altri scienziati, e secondo i suoi autori oggi quella percentuale probabilmente dà alle persone più credito del dovuto.

I volti del 2022 venivano da strumenti ormai superati, ma i tre studi dicono la stessa cosa: guardare con attenzione non basta, e imparare i difetti tipici aiuta poco. Per questo l’esame dell’immagine viene per ultimo.

È AI? Un controllo in tre passi, in questo ordine Tre passi da sinistra a destra, in questo ordine. Passo 1, contesto: chi l'ha pubblicato, se anche fonti affidabili ne parlano e una ricerca per immagine. Passo 2, provenienza: un'etichetta aggiunta dalla piattaforma, le Content Credentials salvate dentro il file e la filigrana SynthID. Passo 3, dettagli: mani, scritte, ombre e luce, che sono solo indizi deboli. Una freccia dal passo 3 torna ai passi 1 e 2: un indizio ti rimanda a controllarli. Una barra sotto i tre passi: se non trovi nessuna etichetta, non sai nulla, né in un senso né nell'altro. CONTROLLA IN QUESTO ORDINE un indizio ti rimanda ai passi 1 e 2 1 Contesto Chi l'ha pubblicato? Ne parlano anche fonti affidabili? Ricerca per immagine 2 Provenienza Etichetta della piattaforma Content Credentials Filigrana SynthID 3 Dettagli Mani, scritte, ombre e luce Solo indizi deboli Nessuna etichetta? Non sai nulla, né in un senso né nell'altro.
Controlla in questo ordine: prima il contesto, poi etichette e marcatori nascosti, per ultima l’immagine. Un dettaglio strano ti rimanda solo ai passi 1 e 2, e un’etichetta mancante non dimostra nulla.

Passo 1: chi l’ha pubblicato, e qualcun altro ne parla?

  1. Chi l’ha pubblicato per primo? Una persona o un giornale che conosci, o una pagina mai sentita?
  2. Fonti affidabili mostrano la stessa cosa? Un’alluvione in una città vera, o una persona famosa che dice qualcosa di scioccante, finiscono sui giornali e nei telegiornali. Se nessuno ne parla, aspetta.
  3. Ti spinge ad agire in fretta? Condividi subito, dona subito, compra subito: la fretta è un buon motivo per rallentare.

Poi fai una ricerca per immagine, che trova la stessa foto altrove sul web: su google.com fai clic su Ricerca tramite immagine e carica il file, come spiega la pagina di assistenza di Google, oppure in Chrome fai clic con il tasto destro su un’immagine e scegli Cerca con Google Lens. Per un video, usa uno screenshot di un momento in cui si vede bene.

In alcuni Paesi la funzione di Google “Informazioni su questa immagine” mostra anche quando Google potrebbe aver visto un’immagine per la prima volta. Una foto che compare già anni prima, o con una storia diversa, è stata tolta dal suo contesto, che sia fatta con l’AI o no.

Passo 2: c’è un’etichetta AI o ci sono le Content Credentials?

La provenienza di un file si può registrare in tre modi: un’etichetta aggiunta dalla piattaforma, le Content Credentials salvate dentro il file, oppure una filigrana invisibile come SynthID, mescolata all’immagine stessa.

Le etichette su YouTube, Facebook, Instagram e TikTok

  • YouTube impone ai creator di dichiarare i contenuti realistici creati o modificati in modo significativo con l’AI, per esempio una persona reale che sembra dire qualcosa che non ha mai detto. L’etichetta compare nella descrizione espansa, sotto “Come è stato creato questo contenuto”, e per i video realistici può comparire anche direttamente sul video. YouTube può aggiungerla da sé quando il video è stato fatto con i suoi strumenti di AI, quando contiene Content Credentials che dicono che è stato fatto con l’AI o quando i suoi sistemi rilevano l’AI. Alcuni video mostrano invece “Acquisizione con videocamera”: vuol dire che è un filmato non modificato, girato con una videocamera che registra la sua provenienza. YouTube precisa che, se questa dicitura manca, non significa che il video sia stato alterato.
  • Facebook, Instagram e Threads: Meta dice di aggiungere un’etichetta, che in inglese si chiama “AI info”, quando rileva segnali standard del settore che indicano l’uso dell’AI, oppure quando lo dichiara chi pubblica. Da settembre 2024, per i contenuti solo ritoccati con strumenti di AI, l’etichetta sta nel menu del post invece che sul post.
  • TikTok: le sue linee guida della community, in vigore dal 24 settembre 2026, obbligano i creator a etichettare i contenuti generati con l’AI o modificati in modo significativo che mostrano scene o persone realistiche; i contenuti senza etichetta “potrebbero essere rimossi, limitati o etichettati”.

Le Content Credentials

Le Content Credentials sono informazioni salvate dentro un file di foto, video o audio che raccontano come è stato creato e modificato. Lo standard viene dalla C2PA, una coalizione di cui fanno parte Adobe, Google, Meta, Microsoft, OpenAI e Sony, che paragona le credenziali a “un’etichetta nutrizionale per i contenuti digitali”. Per controllare un file, caricalo sul sito gratuito Verify della Content Authenticity Initiative: se il file ha queste informazioni, il sito te le mostra.

Le credenziali però non servono a dire se un contenuto è “vero”: dicono come è stato fatto, non se quello che mostra è successo davvero. E le informazioni salvate in questo modo “possono essere rimosse di proposito o per sbaglio”: screenshot, foto dello schermo e nuove registrazioni le cancellano.

SynthID e l’app Gemini

SynthID è una filigrana invisibile, fatta per resistere a ritagli, filtri e compressione, che Google inserisce nelle immagini, nei video e negli audio creati dalla sua AI. Dal 7 ottobre 2026 il SynthID Detector di Google è aperto a tutti; secondo Google controlla immagini, video e audio alla ricerca delle filigrane SynthID di Google e di partner come OpenAI, NVIDIA e Kakao.

Nell’app Gemini, dopo aver fatto l’accesso, puoi caricare un’immagine, un video di meno di 90 secondi o un file audio e chiedere, per esempio, “Questa immagine è stata creata con l’AI?”. Gemini cerca SynthID e, su gemini.google.com e nell’app per Android, anche le Content Credentials, con circa 10 controlli per ciascun tipo di file ogni 24 ore al 31 ottobre 2026. La sua pagina di assistenza dice ancora che “al momento Gemini può riconoscere solo i contenuti creati con gli strumenti Google AI”. In ogni caso, se non trova nessuna filigrana, non vuol dire che l’AI non sia stata usata.

Cosa vuol dire se l’etichetta non c’è?

Niente, né in un senso né nell’altro. Un’etichetta compare solo quando chi crea il contenuto dichiara l’AI o quando il file ha ancora un marcatore che la piattaforma riesce a leggere. Chi vuole ingannare non lo dichiara, non tutti gli strumenti di AI aggiungono un marcatore, e i marcatori si perdono con gli screenshot e le nuove registrazioni. Google dice lo stesso di SynthID: quando la filigrana non si trova, i contenuti “potrebbero essere stati creati da altri sistemi AI”.

Anche un’etichetta può trarre in inganno. Nel luglio 2024 Meta ha cambiato nome all’etichetta “Made with AI”, diventata “AI info”, perché la ricevevano anche foto solo ritoccate. E Google avverte che i dettagli mostrati in Informazioni su questa immagine “possono essere modificati con strumenti di modifica e generazione di immagini”. Un’etichetta è un elemento da valutare, non un verdetto.

Passo 3: quali dettagli meritano un secondo sguardo?

La pagina di assistenza di Gemini elenca i difetti frequenti nelle immagini e nei video fatti con l’AI:

  • scritte nell’immagine incomprensibili o incoerenti;
  • errori nei piccoli dettagli, come mani, denti o oggetti sullo sfondo;
  • ombre e luci che non tornano;
  • motivi che si ripetono in modo innaturale.

Usali come indizi che ti rimandano ai passi 1 e 2, mai come prove: una foto vera può avere ombre strane, e un falso ben fatto può non avere nessuno di questi difetti. Con le voci non va meglio: nello studio del 2024 la maggior parte delle persone tirava a indovinare anche con l’audio. Il consiglio della Federal Trade Commission (FTC), l’autorità statunitense che tutela i consumatori, vale anche per i messaggi vocali: “Non fidarti della voce.”

Cosa fare se pensi che sia un falso?

  • Non condividerlo, nemmeno per chiedere agli amici se è vero.
  • Segnalalo sulla piattaforma. Su YouTube tocca Altro sotto il video, poi Segnala, e scegli il motivo. YouTube spiega che le segnalazioni sono anonime e vengono esaminate: i contenuti segnalati non vengono rimossi in automatico.
  • Se nel falso ci sei tu, la procedura di reclamo per la privacy di YouTube ti permette di chiedere la rimozione dei contenuti fatti con l’AI che riproducono in modo realistico il tuo aspetto o la tua voce; YouTube valuta se c’è un’etichetta, se si tratta di parodia o satira e se c’è un interesse pubblico.
  • Se la voce o il video di una persona che conosci ti chiede soldi, fermati. L’FTC consiglia di richiamare la persona a un numero che sai essere il suo, oppure di raggiungerla tramite familiari o amici. Se hai già pagato, leggi cosa fare nei primi 30 minuti.

Cosa dice la legge europea sui deepfake?

L’AI Act dell’Unione europea definisce deepfake un’immagine, un audio o un video creato o modificato con l’AI che somiglia a persone, luoghi o eventi reali e che “apparirebbe falsamente autentico”. Il suo articolo 50, che si applica dal 2 agosto 2026, stabilisce due obblighi:

  • Le aziende la cui AI produce immagini, video, audio o testi devono marcarli in un modo che le macchine sanno leggere, perché si possa riconoscere che sono artificiali. Gli strumenti già sul mercato prima del 2 agosto 2026 hanno tempo fino al 2 dicembre 2026.
  • Chi usa l’AI per fare un deepfake deve dire chiaramente che è artificiale, al più tardi quando le persone lo vedono per la prima volta. Per le opere chiaramente artistiche, satiriche o di finzione basta un’indicazione che non rovini l’opera. Questo obbligo riguarda persone e organizzazioni che usano l’AI nel loro lavoro: la legge lascia fuori l’uso puramente personale, non professionale.

La legge non ferma chi la viola, quindi i tre passi restano validi. Per il tuo caso specifico, chiedi a un avvocato.

Per continuare

Domande frequenti

Come capisco se un video su YouTube è fatto con l'AI?

Apri la descrizione completa del video e cerca la sezione "Come è stato creato questo contenuto"; per i contenuti realistici l'etichetta può comparire anche direttamente sul video. YouTube impone ai creator di dichiarare i contenuti realistici creati o modificati con l'AI, e in alcuni casi aggiunge l'etichetta da sé. Un video senza etichetta non è la prova che sia vero.

Come capisco se una foto su Facebook o Instagram è fatta con l'AI?

Meta aggiunge un'etichetta, che in inglese si chiama "AI info", quando rileva segnali standard del settore che indicano l'uso dell'AI o quando lo dichiara chi pubblica. Per le immagini solo ritoccate con l'AI, l'etichetta sta nel menu del post e non sul post. Molte immagini fatte con l'AI non hanno nessun segnale di questo tipo: controlla anche chi le ha pubblicate e cercale altrove.

Esiste uno strumento gratuito che dice se un'immagine è fatta con l'AI?

Esistono strumenti gratuiti che cercano marcatori precisi, ma nessuno riconosce tutte le immagini fatte con l'AI. Il SynthID Detector di Google e l'app Gemini cercano SynthID, il segno invisibile che Google inserisce in quello che crea la sua AI e che ora usano anche altre aziende; il sito Verify della Content Authenticity Initiative legge le Content Credentials. Se non trovano nulla, il file può comunque venire da un altro strumento di AI o aver perso i suoi marcatori.

Contare le dita funziona ancora per riconoscere le immagini fatte con l'AI?

Solo come indizio debole. La pagina di assistenza di Google elenca ancora, tra le cose da guardare, gli errori in mani, denti, scritte e ombre, ma gli studi trovano che le persone per lo più tirano a indovinare. In uno studio chi aveva imparato quali difetti cercare ha dato il 59% di risposte giuste, contro il 48% di chi non l'aveva imparato. Prima controlla chi ha pubblicato l'immagine e cerca le etichette.

Se una foto o un video non ha l'etichetta AI, vuol dire che è vero?

No. Le etichette compaiono solo quando chi crea il contenuto dichiara l'AI o quando il file ha ancora un marcatore che la piattaforma riesce a leggere, e i marcatori spesso si perdono quando il file viene salvato di nuovo, catturato con uno screenshot o registrato di nuovo. Un'etichetta che manca non dice nulla, né in un senso né nell'altro.

Nell'Unione europea i deepfake vanno dichiarati?

Dal 2 agosto 2026 l'AI Act europeo obbliga chi usa l'AI per fare un deepfake per motivi professionali a dichiarare che il contenuto è artificiale, con un obbligo più leggero per le opere chiaramente artistiche, satiriche o di finzione. Anche le aziende la cui AI produce immagini, video, audio o testi devono marcarli in modo che si possano riconoscere; gli strumenti già in vendita prima di quella data hanno tempo fino al 2 dicembre 2026. La legge non ferma chi la viola, quindi i controlli di questa pagina restano validi.

Argomenti: immagini AI, video AI, deepfake, Content Credentials, SynthID, fact-checking

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